ARTE A MOSCA OLTRE LA PROPAGANDA: Non solo carri armati, la Russia che ho incontrato, tra istituzioni e persone


È trascorso un anno da quei giorni di settembre 2025 in cui mi recai a Mosca per presentare la mostra La Bellezza di Cristo salva il mondo e fino ad oggi ho scelto di non tornare pubblicamente sulla vicenda.

Qualche giorno fa, il 1° settembre 2026, esattamente un anno dopo quei fatti, la vicenda è tornata all’attenzione pubblica attraverso un’inchiesta del giornalista russo Valery Panyushkin, realizzata per il progetto investigativo “Sistema” e pubblicata da Radio Svoboda, con il titolo «Танки вместо Христа. Как в Москве обманули итальянских пацифистов» (“Carri armati al posto di Cristo”).

Leggi l’inchiesta di Valery Panyushkin su Radio Svoboda

Ho letto con attenzione il lavoro di Panyushkin e non intendo né sconfessarlo né entrare in polemica con il giornalista. Al contrario, riconosco il valore di aver riportato l’attenzione su una vicenda che, per molti aspetti, era rimasta poco conosciuta. Proprio per questo, però, sento oggi il dovere di aggiungere alla ricostruzione un elemento che nessun articolo può restituire pienamente: il senso della mia presenza in Russia e l’autentica intenzione che mi ha spinto a intraprendere quella missione.

L’inchiesta racconta soprattutto una vicenda istituzionale, le contraddizioni che ho incontrato e i rapporti tra alcune delle persone e delle organizzazioni coinvolte. Sono aspetti che fanno parte della storia e che non intendo nascondere. Ma quella non è tutta la mia storia. A Mosca ho incontrato due realtà profondamente diverse: da una parte le istituzioni, con le loro logiche, le loro contraddizioni e le loro rigidità; dall’altra le persone, con la loro umanità, la loro fede, le loro domande e la loro capacità di accogliere. Confondere queste due esperienze significherebbe cancellare una parte essenziale di ciò che quella missione mi ha insegnato.

Per me, Mosca è stata innanzitutto il luogo di un incontro umano e spirituale. Un incontro nel quale, insieme alle contraddizioni e alle delusioni, ho conosciuto anche qualcosa di profondamente diverso: l’accoglienza, l’amicizia, la commozione e il desiderio sincero di dialogo di tante persone russe che ho incontrato attraverso l’arte e attraverso la fede.

È questo il motivo per cui sento il bisogno di raccontare oggi, a un anno di distanza, ciò che realmente accadde, nella sua interezza, ben consapevole che una missione nata con un’intenzione di pace non può essere compresa se la si osserva soltanto attraverso la lente della polemica istituzionale. Fu una situazione molto più complessa: fu il tentativo, imperfetto e certamente contraddittorio, di continuare a parlare di Cristo, di pace e di fraternità proprio quando le circostanze sembravano rendere quel messaggio ancora più difficile.

È questa la storia che vorrei consegnare oggi. Perché quella missione non si è esaurita con i carri armati al posto di Cristo. Per me, comincia proprio lì la parte più difficile, sorprendente e autentica del racconto:


La  mostra “La Bellezza di Cristo Salva il Mondo”, che ho curato a Mosca nel settembre 2025 insieme ad Anna Usova, è stata un’esperienza complessa, intensa e per molti aspetti unica, che desidero condividere senza nasconderne le difficoltà e cercando di evitare le semplificazioni. La mostra ha riunito oltre sessanta artisti provenienti da quindici Paesi diversi, accomunati dal desiderio di offrire, attraverso il linguaggio potente dell’arte contemporanea, una riflessione intensa e luminosa sulla figura di Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”.

Come artista libero e indipendente ho avvertito il bisogno di mettermi in gioco personalmente. Dopo aver promosso, insieme alla Fondazione Pontificia Scholas Occurrentes, una grande mostra d'arte in Vaticano a sostegno dell'accoglienza dei profughi ucraini, inaugurata anche alla presenza di Papa Francesco, per raccogliere fondi destinati alle donne e ai bambini colpiti dalla guerra, ho maturato la convinzione che fosse necessario fare un passo ulteriore: cercare un contatto diretto con il popolo russo, nella convinzione che proprio nei momenti di maggiore tensione sia necessario mantenere aperti gli spazi del dialogo. Desidero chiarire con assoluta nettezza che questa scelta non è stata in alcun modo una forma di compiacenza o di piaggeria nei confronti del potere politico. Al contrario, si è trattato di un’iniziativa totalmente indipendente, realizzata a nostre spese, che proprio per la sua natura libera si è posta in una posizione scomoda.

Cercherò di ricostruire questa vicenda senza appesantire il racconto, ma mantenendo quei passaggi essenziali che ne hanno segnato il significato più profondo e che fanno di questa esperienza qualcosa di indubbiamente unico nel suo genere: ho visto le contraddizioni, ho incontrato il potere e ho incontrato il popolo, e ho scelto di raccontare entrambi.

Tutto è nato da un'idea che ho voluto condividere con l'amica Anna Usova, artista russa residente da molti anni in Italia, la quale ha accolto fin da subito il progetto con entusiasmo, decidendo di sostenerlo e di collaborare attivamente alla sua realizzazione. La nostra iniziativa voleva essere anzitutto un segno di pace, un gesto concreto di fiducia nell'uomo e nella forza del dialogo che partisse dall’autentica Bellezza della nostra fede condivisa con i fratelli Russi. Con nostra grande sorpresa, e nonostante la particolare delicatezza del contesto internazionale, la proposta ha ricevuto un'accoglienza favorevole anche da parte di tre realtà russe. Ciò è stato possibile grazie ai rapporti personali che Anna, aveva costruito negli anni con alcune istituzioni e associazioni culturali del suo Paese: il "Fondo Russo per la Pace di Mosca", l'Associazione "Sorgente della Speranza" di San Pietroburgo e l' "Accademia INVA, Centro Scientifico e Riabilitativo di Krasnodar".


Inizialmente la mostra si sarebbe dovuta tenere presso il Palazzo delle Nazionalità di Mosca (Moskovskij Dom Natsionalnostey). Nella stessa sede era prevista anche la tavola rotonda e l’evento inaugurale, con momenti di riflessione e di confronto aperti alla dimensione culturale e a quella spirituale.

Giungemmo a Mosca il 1° settembre, con mia moglie e altri sette amici artisti, al termine di un viaggio lungo e complesso, che aveva previsto anche una prolungata sosta a Yerevan, in Armenia. Il giorno precedente l'inaugurazione allestimmo la mostra presso il Palazzo delle Nazionalità di Mosca, montando oltre sessanta dipinti. Per contenere i costi, avevamo trasportato tutte le opere a nostre spese, ripiegate e prive di telaio e cornice all'interno delle nostre valigie; solo una volta arrivati a Mosca furono nuovamente intelaiate e incorniciate. La sera stessa dell’allestimento, a poche ore ormai dall'inaugurazione fissata da molti mesi per il giorno successivo, ricevetti una telefonata dalla mia amica Anna. Era profondamente scossa. Mi raccontò che un alto funzionario, rappresentante della Duma, si era recato al Palazzo delle Nazionalità per visionare l'esposizione e che, dopo averla osservata, aveva disposto l'immediata rimozione di tutte le oltre sessanta opere raffiguranti Cristo, impedendone di fatto l'inaugurazione della mostra La Bellezza di Cristo salva il mondo. Ci venne tuttavia comunicato che il giorno seguente saremmo stati comunque attesi per la tavola rotonda già prevista, durante la quale avremmo potuto confrontarci con i rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni coinvolte. È difficile descrivere lo smarrimento e la delusione che provammo. Dopo mesi di preparazione, sembrava essersi tutto infranto nel giro di pochi minuti. Anche i rappresentanti delle associazioni russe che avevano sostenuto il progetto vivevano una situazione di grande imbarazzo; erano sinceramente dispiaciuti, ma non avevano alcun potere decisionale sulla vicenda.

Superato il primo momento di sconforto, decidemmo di non interrompere il dialogo e di partecipare comunque alla tavola rotonda. Sentivamo il dovere di comprendere quanto fosse accaduto e speravamo almeno di poter recuperare le nostre opere. 


La mattina seguente, dopo una notte praticamente insonne, ci attendeva un’ulteriore e dolorosa sorpresa. Non solo i nostri dipinti raffiguranti Cristo erano stati rimossi, ma gli spazi che fino alla sera precedente ospitavano la mostra La Bellezza di Cristo salva il mondo erano stati completamente riallestiti con opere pittoriche dedicate all’ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo: carri armati, aerei militari, soldati in trincea e scene celebrative della guerra. L’impatto fu per noi profondamente disorientante. Attraversare quei corridoi per raggiungere la sala in cui si sarebbe svolta la tavola rotonda significava confrontarsi visivamente con un messaggio radicalmente diverso da quello che avevamo portato a Mosca. Eravamo partiti con il desiderio di parlare della bellezza di Cristo, ci trovavamo invece immersi in un contesto nel quale la memoria della vittoria militare occupava ormai l’intero spazio espositivo.

L'incontro, durato oltre due ore e accompagnato dalla traduzione simultanea, ci permise di ascoltare gli interventi delle autorità e delle rappresentanze culturali russe e, allo stesso tempo, di presentare il significato autentico del nostro progetto. Le parole che pronunciai in quell'occasione, oggi consultabili integralmente sul mio blog personale ( discorso integrale ), mi uscirono con un nodo alla gola. Erano il tentativo sincero di ricondurre il dialogo al cuore della nostra presenza a Mosca: testimoniare, attraverso la figura di Cristo e il linguaggio universale dell'arte, un messaggio di pace, riconciliazione e speranza. Sottolineai che ogni patria coltiva il proprio patriottismo e ogni nazione il proprio nazionalismo, ma che, se non si è capaci di andare oltre il proprio particolare interesse, l'umanità è destinata, ancora una volta, a ripercorrere la strada della distruzione e della guerra.

Come potete facilmente immaginare, dal confronto emersero visioni profondamente differenti su numerosi temi. In più occasioni, l'incontro fu utilizzato dai rappresentanti istituzionali per richiamare le celebrazioni dell'ottantesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo, conferendo al dialogo una marcata dimensione politico-celebrativa. Le vittorie del passato venivano così evocate come chiave interpretativa delle attuali vicende che vedono la Russia coinvolta nel conflitto in Ucraina. Una cosa, tuttavia, riuscii a ottenerla dai rappresentanti delle istituzioni presenti: un esplicito apprezzamento per il fatto di esserci messi in cammino per ascoltare direttamente la voce dei russi, senza limitarci ai soli canali d'informazione europei, da loro considerati espressione della propaganda occidentale.


Proprio quando sembrava che ogni possibilità di esporre le nostre opere fosse definitivamente svanita, quella stessa sera ricevemmo una telefonata del tutto inattesa. Un rappresentante di una delle associazioni russe che avevano sostenuto il progetto ci comunicò che, dopo essersi attivato personalmente, era riuscito a individuare una sede alternativa in cui allestire la mostra. L'esposizione avrebbe così trovato una nuova casa presso l'edificio «Алмазный мир» (Mondo del Diamante), in via Smol'naja 12. Quella telefonata segnò l'inizio di un secondo capitolo della nostra esperienza russa, del tutto inatteso e, sotto molti aspetti, ancora più significativo del primo. La nuova inaugurazione si svolse in un clima completamente diverso da quello inizialmente previsto. La nuova sede, infatti, non era soltanto uno spazio espositivo, ma anche un luogo di lavoro pubblico, frequentato quotidianamente da moltissime persone. Proprio questa circostanza, che inizialmente poteva sembrare una soluzione di ripiego, si rivelò invece una straordinaria opportunità: molte persone, che probabilmente non avrebbero mai cercato una mostra d'arte, entrarono in contatto con le nostre opere, si fermarono ad osservarle, ascoltarono le nostre parole e lessero i messaggi che accompagnavano ciascun dipinto. Tra questi, colpì particolarmente la frase in lingua russa posta accanto a una raffigurazione di Cristo: «Il Dio della Pace ci dice: amate i vostri nemici, perdonate i vostri persecutori». Parole semplici e radicali, che in quel contesto assumevano un significato ancora più profondo.

Molti dei visitatori manifestarono commozione e sincero interesse, non soltanto per il valore artistico delle opere, ma soprattutto per il messaggio di pace, riconciliazione e speranza che attraverso di esse desideravamo trasmettere. La giornata si concluse in un clima di gioia e spontaneità. I canti e le danze tradizionali russe si intrecciarono con il desiderio di condividere anche alcune melodie italiane e spagnole, creando un momento di autentica amicizia e fraternità. Ancora una volta potemmo sperimentare personalmente la straordinaria ricchezza umana del popolo russo: la profondità delle persone incontrate, il loro calore e la sincera capacità di accoglienza. Al tempo stesso, toccammo con mano anche il potere dell'arte di creare legami, abbattere le distanze e unire gli uomini al di là delle differenze culturali, politiche e nazionali.


Nella nostra proposta espositiva abbiamo voluto offrire una sintesi visiva e interiore di sentimenti solo apparentemente contrapposti, che trovano la loro piena unità nel mistero pasquale della Redenzione: dal dolore estremo, accolto e offerto per amore, fino alla luce gloriosa della Risurrezione. È un cammino che attraversa la notte del mondo per giungere alla sua aurora, secondo l'antico ma sempre attuale motto Per crucem ad lucem. È la luce del Cristo risorto che illumina perfino la ferita, trasformandola in luogo di speranza. Nei giorni successivi, fino alla conclusione della mostra il 15 settembre, decine e decine di persone visitarono l'esposizione. Questo ci riempì di gioia, perché il nostro intento più profondo non era soltanto quello di dialogare con le istituzioni, ma soprattutto incontrare il cuore delle persone, portando attraverso l’arte un messaggio universale di bellezza, pace e speranza capace di superare confini e ferite.

In fondo, abbiamo sperimentato in prima persona qualcosa di molto vicino a quanto affermato da Yulia Naval’naja, moglie di Aleksej Navalnyj, in una bella intervista che mi ha profondamente colpito. Naval’naja ha dichiarato con grande chiarezza che oggi «tra i russi esiste un desiderio di pace, ma a prevalere è la propaganda».


La nostra esperienza in Russia ci ha mostrato proprio questa complessità: da una parte il peso dei condizionamenti istituzionali e delle narrazioni ufficiali, dall’altra il volto concreto delle persone incontrate, la loro capacità di ascolto, la loro commozione davanti a un messaggio di pace e il loro desiderio di incontro. È nella distanza tra queste due realtà che abbiamo trovato il senso più profondo del nostro viaggio.


Le parole che più mi hanno toccato sono state quelle dedicate al significato più autentico dell’eredità lasciata da Navalnyj: «Navalnyj lottava invitando a non odiare, per non diventare simili a coloro contro i quali combatteva. Il suo appello era a non odiare i propri persecutori, ma a costruire un mondo in cui la pace si affermi insieme alla libertà, alla verità, alla giustizia e persino alla bellezza: per dare vita alla bellissima Russia del futuro».

In fondo, è stato proprio questo lo spirito che mi ha spinto a partire per la Russia, assumendomi anche dei rischi personali non indifferenti. La nostra missione è stata quella di testimoniare con forza che esiste un’alternativa alla spirale del riarmo incondizionato che ci trascina verso lo scontro frontale, dal quale tutti usciremmo sconfitti. Una cosa è certa, quando domani i figli dei nostri figli sfoglieranno nei libri di storia le pagine più drammatiche e cruciali di questi anni difficili e sanguinosi, potremo raccontare loro di aver provato a dare il nostro piccolissimo contributo al dialogo, coinvolgendoci in prima persona per guardare negli occhi i nostri interlocutori e proporre loro una via diversa dallo scontro: la via della bellezza, dell’incontro, dell’ascolto.

Non credo che gli artisti possano risolvere i conflitti politici, ma credo profondamente che possano custodire uno spazio umano nel quale l’altro non venga ridotto alla semplice categoria di nemico. La bellezza, quando è autentica, non cancella le ferite della storia, ma impedisce che esse abbiano l’ultima parola. Questa è stata la ragione della nostra partenza e questo è ciò che abbiamo cercato di testimoniare a Mosca. Siamo ben consapevoli di non avere avuto dalla nostra argomenti forti, se non il desiderio sincero di tentare una risposta all’interrogativo di Dostoevskij: quale bellezza salverà il mondo? Sappiamo bene che la sete inesauribile di bellezza che abita ogni cuore umano trova compimento solo nello splendore dell’amore che salva, rivelato nel volto divino. Senza questa bellezza l’umanità non può vivere. La figura di Cristo ridesta in noi la memoria più profonda di ciò che siamo chiamati a essere: guarisce le ferite, ispira il perdono e genera comunione. Abbiamo affidato all’arte il compito di varcare confini aprendo spazi di dialogo e il linguaggio della bellezza, si è rivelato, ancora una volta una forza capace di restituire speranza al mondo e di custodire la dignità e la sacralità di ogni uomo.

Francesco Astiaso Garcia








L'Arte è un déjà vu

Ieri sera, dal terrazzo di casa, ho scattato questa fotografia. Appena l’ho guardata, ho provato un’immediata e sorprendente sensazione di déjà vu. Quella luce, quei colori, quell’atmosfera sembravano riportarmi a qualcosa che avevo già vissuto. Pochi istanti dopo ho capito: Quel tramonto lo avevo già dipinto prima ancora di vederlo.

È uno di quei momenti in cui ci si rende conto che l’arte non nasce soltanto dall’immaginazione, ma dall’ascolto profondo della realtà. A volte l’artista anticipa inconsapevolmente ciò che la natura gli mostrerà in seguito. Altre volte è la natura a rivelare, con assoluta semplicità, ciò che l’arte aveva già intuito.

Mi affascina pensare che entrambe parlino la stessa lingua. Una lingua fatta di luce, proporzioni, ritmo, armonia e bellezza. È come se esistesse un ordine nascosto che attraversa ogni cosa e che, per un istante, si lascia intravedere tanto in un tramonto quanto in un’opera d’arte.

Forse è proprio questo il compito dell’arte: non inventare la bellezza, ma riconoscerla, renderla visibile e ricordarci che l’universo custodisce un’armonia profonda, capace di unire il creato e lo sguardo dell’uomo in un unico, silenzioso dialogo.

Ogni autentica opera d'arte dovrebbe attingere direttamente alle sorgenti dell'universo, là dove hanno origine le leggi della bellezza e dell'armonia. Eppure, oggi, l'arte sembra aver smarrito il desiderio stesso della bellezza. L'allontanamento dalla natura grava sull'arte come una malattia silenziosa, privandola del suo respiro più profondo. Per l'artista, il dialogo con la natura non è un'opzione, ma una condicio sine qua non.

Il canone artistico, allora, non dovrebbe essere considerato un'invenzione dell'uomo o una convenzione culturale, bensì una scoperta, il riconoscimento di una verità oggettiva già inscritta nel creato. Henri Matisse lo esprime con straordinaria chiarezza: «La gente che fa dello stile per partito preso e si allontana volontariamente dalla natura resta al margine della verità. Quando un artista dipinge deve avere questo sentimento di copiare la natura. E anche quando se ne sia allontanato, deve restargli la convinzione di averlo fatto per renderla più pienamente».

In natura tutto è relazione: ogni forma, ogni colore, ogni proporzione partecipa di un'armonia che precede l'uomo e lo trascende. Per questo la natura non conosce la contrapposizione tra astratto e figurativo. Esiste soltanto la bellezza, che si manifesta attraverso leggi, ritmi, proporzioni e relazioni.

Quando un'opera riesce a intercettare questo ordine profondo, poco importa che il suo linguaggio sia antico o contemporaneo, astratto o figurativo. Essa diventa il riaffiorare di una memoria originaria, il riconoscimento di qualcosa che l'anima ha sempre conosciuto. Ogni autentica opera d'arte è, in fondo, un déjà vu del creato: non inventa la bellezza, ma la ricorda, la rende nuovamente visibile e ci restituisce, per un istante, lo stupore delle origini.

Francesco Astiaso Garcia




Trasformare il talento in lode

 Le parole di Papa Leone XIV sono per noi artisti dell’UCAI molto più di una riflessione: sono una chiamata e un mandato. La Chiesa ci affida una missione altissima, quella di far risplendere, attraverso l’arte, la bellezza che conduce a Dio.



«Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Appare evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.»

«Chi ricerca, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine.»

Papa Leone XIV


In un tempo spesso segnato dalla superficialità e dallo smarrimento, siamo chiamati a testimoniare che la bellezza autentica non è un fine in sé, ma una via privilegiata verso la verità e, quindi, verso Dio. Come ci ricorda il Santo Padre, “chi ricerca, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio” e lo incontrerà proprio nella bellezza della creazione e nell’impronta che il Creatore ha lasciato in ogni essere umano, fatto a sua immagine. Per questo ogni nostra opera può diventare un luogo di incontro, di contemplazione e di evangelizzazione. È questa la grande responsabilità e il meraviglioso privilegio della nostra vocazione: trasformare il talento in lode, la creatività in testimonianza e la bellezza in un ponte che accompagni il cuore dell’uomo verso Cristo.

Come Presidente nazionale dell’UCAI sento profondamente la responsabilità di far fruttare la fiducia che la Chiesa continua a riporre nel nostro carisma. È una fiducia che ci onora, ma soprattutto ci interpella. Ci chiede di essere artisti autentici e credibili, capaci di coniugare ricerca artistica e testimonianza cristiana, di costruire ponti con la cultura contemporanea e di mettere i nostri talenti al servizio dell’evangelizzazione.

Ma davanti a questa chiamata così grande dobbiamo lasciarci provocare: saremo davvero capaci di corrispondere alla missione che ci è affidata? Avremo il coraggio di guardare oltre la cura delle nostre iniziative, delle nostre mostre, dei nostri programmi, per diventare sempre più strumenti attraverso cui la Bellezza di Dio possa raggiungere il cuore degli uomini? Il rischio è quello di fermarci a custodire ciò che facciamo, dimenticando il motivo profondo per cui siamo stati chiamati.

Chiediamo allora al Signore la grazia di uscire da noi stessi, dai nostri piccoli orizzonti e dalle nostre sicurezze, per riscoprire ogni giorno la grandezza della vocazione ricevuta. Perché il talento che Dio ci ha donato non è soltanto qualcosa da esprimere, ma un dono da restituire; non una proprietà da custodire, ma un servizio da offrire affinché, attraverso la bellezza, il mondo possa intravedere la luce del Creatore.

Francesco Astiaso Garcia


Ai Custodi del Fuoco

Annunciazione dopo Tiziano
di Gerard Richter





Annunciazione di Tiziano



L’Annunciazione dopo Tiziano (Verkündigung nach Tizian, 1973) di Gerhard Richter è una delle opere più significative del suo percorso, perché affronta una questione fondamentale: come confrontarsi con la grande tradizione della pittura sacra senza limitarsi a ripeterla.

Dopo un viaggio a Venezia nel 1972, Richter rimase profondamente colpito dall’Annunciazione di Tiziano Vecellio. Non copiò però direttamente il dipinto originale. Partendo da una semplice cartolina, realizzò una serie di cinque versioni nelle quali l’immagine rinascimentale viene progressivamente trasformata: le forme si dissolvono, i contorni perdono definizione, la scena si immerge in una vibrazione cromatica che oscilla tra figurazione e astrazione.

La forza di quest’opera risiede nel fatto che il soggetto sacro non viene né rifiutato né desacralizzato. Richter sembra piuttosto interrogarsi sulla possibilità stessa di rappresentare il mistero dell’Incarnazione nell’epoca contemporanea. La sfocatura non è un espediente formale, ma diventa un linguaggio capace di evocare ciò che sfugge allo sguardo e resiste a ogni tentativo di piena definizione.

In questo senso, Richter non si allontana da Tiziano: lo attraversa. Assume la tradizione come punto di partenza per dimostrare che i grandi temi dell’arte e della fede continuano a interrogare il presente. La tradizione non appare come un repertorio da conservare sotto vetro, ma come una realtà viva, aperta a nuove interpretazioni.

L’immagine sfocata diventa così una potente metafora del mistero: non un segno di perdita, ma il riconoscimento che vi sono realtà che nessuna immagine può esaurire. Proprio nell’incompletezza della visione, Richter sembra individuare uno spazio ancora possibile per il sacro nell’arte contemporanea.

Richter sembra incarnare l'intuizione attribuita a Mahler secondo cui la tradizione non consiste nell'adorare le ceneri del passato, ma nel custodirne il fuoco. Partendo da Tiziano, egli non replica un'immagine: ne riattiva l'energia, interrogandola alla luce delle inquietudini del presente.

Francesco Astiaso Garcia





ILLUD MAXIME MIRANDUM UNITAS UNIVERSI LEGENS REGENS



Mi accorsi, facendo immersioni subacquee, che anche i fondali marini partecipano della stessa armonia segreta che governa il mondo visibile. Là sotto, tra le correnti e le distese di luce filtrata, le forme della vita sembrano disposte secondo un ordine silenzioso che non è mai rigido, ma fluido come l’acqua stessa. E compresi allora che i boschi seguivano le stesse leggi che muovono le nuvole, diffondono la luce e modellano le onde: una medesima intelligenza naturale, discreta e incessante, si esprime in metamorfosi diverse. Il mare profondo, il respiro delle foreste e il lento dissolversi dei cieli non erano che variazioni di uno stesso linguaggio, in cui la bellezza non si offre mai come forma isolata, ma come relazione, equilibrio e continua trasformazione.

Mi accorsi della coesione profonda che attraversa le leggi dell’universo, come se ogni cosa scaturisse da un ordine invisibile, da una trama sottile e continua che tiene insieme il reale. Mi si rivelò una sorta di partitura silenziosa in cui ogni elemento, pur nella propria irriducibile singolarità, entra in relazione con gli altri secondo proporzioni segrete, come in un’orchestra in cui nessuno suona davvero da solo e tutto concorre a una medesima vibrazione complessiva. Compresi finalmente la forma percepibile dell’armonia, ciò che resiste alla dispersione e al disordine, la capacità del reale di mantenersi unitario pur nella molteplicità delle sue manifestazioni. Ne colsi le strutture profonde e le tradussi in forma sensibile, dando evidenza a ciò che normalmente resta implicito e inespresso.

La natura mi apparve allora come un sistema di segni e simboli cifrati, come la traccia dischiusa di un principio nascosto, una logica originaria che attraversa ogni cosa come una presenza silenziosa e costante.

Francesco Astiaso Garcia



Photo credit   Francesco Astiaso Garcia ©

Gaudí e le Tracce del Deus Absconditus

Domani Papa Leone benedirà la Torre di Gesù della “Sagrada Familia” di Antoni Gaudí, quella che è stata definita l’unica Bibbia scolpita interamente nella pietra. Difficile immaginare un sigillo più eloquente per il viaggio apostolico in Spagna, il cui motto è “Alzad la mirada” (Alzate i vostri occhi): un invito a sollevare lo sguardo dalla terra al cielo, dal contingente all’eterno.

Non potrò mai dimenticare lo stupore provato da bambino quando vidi per la prima volta la monumentale basilica di Barcellona. Fu una di quelle esperienze che si imprimono nell’anima e che continuano a parlare anche a distanza di molti anni. Crescendo ho dedicato molto tempo allo studio dell’opera del maestro catalano e, leggendo i suoi scritti, ho compreso ciò che allora avevo soltanto intuito:

L’originalità consiste nel ritorno alle origini. La creazione prosegue incessantemente attraverso l’uomo. Ma l’uomo non crea: scopre. Coloro che ricreano le leggi della Natura per fondare su di esse le loro opere sono collaboratori del Creatore”. Antoni Gaudí

Alla domanda su quale fosse la sorgente della sua ispirazione, Gaudí rispondeva con disarmante semplicità: “Vedete quest’albero vicino al mio laboratorio? È lui il mio maestro”.

Molte volte, davanti alla bellezza di un paesaggio, mi è accaduto di ritrovare forme, volumi e linee che sembravano appartenere già alle architetture della Sagrada Familia, del Parc Güell o di Casa Batlló. In alcuni casi le somiglianze erano così sorprendenti da farmi pensare che Gaudí stesso fosse passato da quei luoghi e ne avesse tratto ispirazione. Ogni autentica opera d’arte è, in un certo senso, un déjà-vu della natura. L’artista non inventa la bellezza: la riconosce. Non la produce: la scopre. Questo misterioso accordo tra l’opera umana e il creato, questa risonanza segreta tra l’anima e il mondo, è forse il cuore stesso dell’esperienza artistica.

Qualche anno fa ho visitato la Cappadocia. Le sue straordinarie conformazioni geologiche, modellate dal vento, dalla pioggia e dal tempo nel corso di millenni, hanno generato un paesaggio che sembra appartenere a un altro mondo. Camminando tra quelle rocce scolpite dalla natura, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un’immensa cattedrale a cielo aperto. È quasi impossibile contemplare quelle forme senza pensare alla Sagrada Familia.

La bellezza è sempre una scoperta, un evento che ci sorprende. Quando riconosciamo una corrispondenza profonda tra ciò che abita il nostro intimo e ciò che si manifesta nel mondo esterno, nasce quell’emozione particolare che chiamiamo esperienza estetica. È come un’improvvisa rivelazione, un’epifania che ci permette di intuire il legame indissolubile tra verità e bellezza. Contemplando la natura, riconosciamo infatti un ordine che la bellezza rende percepibile. Ciò che maggiormente stupisce è l’unità che regge le leggi dell’universo, come se ogni cosa partecipasse a una medesima armonia nascosta. È simile a una grande orchestra nella quale ogni strumento, pur conservando la propria voce, contribuisce a una sola sinfonia. La bellezza appare allora come il volto visibile di questa armonia invisibile. Essa è coerenza, proporzione, relazione.

Il mondo è un grande libro che l’uomo è chiamato a leggere. Ma per comprenderlo occorre conoscerne l’alfabeto. In questo compito il contributo degli artisti è unico e insostituibile. Essi sono interpreti di un linguaggio che precede le parole. Come scrive Walter Benjamin, la natura è un insieme di simboli e geroglifici che attendono di essere decifrati.

Ogni autentico artista scopre, prima o poi, che la bellezza possiede una sua logica. Non dipende soltanto dal gusto, dalle mode o dalle teorie del momento. Essa sembra emergere dalle stesse leggi che governano la realtà. Per questo la bellezza ha qualcosa in comune con la matematica, con la fisica, con la ricerca scientifica. Le scoperte più profonde della scienza si distinguono spesso per la loro eleganza e semplicità. Allo stesso modo il pittore, lo scultore o l’architetto si pongono davanti alla natura come ricercatori di un ordine nascosto. Essi intravedono nelle forme del mondo una trama di relazioni che rimanda a un significato più grande.

Questa armonia universale è ciò che potremmo riconoscere come la traccia del Deus Absconditus, il Dio nascosto che lascia nella creazione l’impronta discreta e inconfondibile della propria presenza.

Per questo Albert Einstein affermava che chiunque si dedichi seriamente alla scienza finisce per riconoscere nelle leggi dell’universo la manifestazione di un’intelligenza immensamente superiore a quella umana. Anche l’arte autentica, a suo modo, parla sempre di questo Mistero. Non importa che sia stata creata da un artista italiano, cinese, africano o sudamericano. Quando è vera, essa trascende le culture senza annullarle e diventa linguaggio universale. Se riconosciamo nell’arte lo splendore della bellezza e nella bellezza il riflesso della verità, allora l’arte diventa un ponte tra gli uomini. Ci ricorda che ciò che ci accomuna è infinitamente più grande di ciò che ci divide.

Che Gaudí abbia visitato o meno la Cappadocia conta relativamente. Ciò che colpisce è che le sue opere sembrano nascere dalla stessa sorgente da cui scaturiscono le forme della natura. Le guglie della basilica e le rocce della Cappadocia parlano un linguaggio comune, perché partecipano della stessa armonia profonda.

Ho voluto mettere in dialogo alcune fotografie che ho scattato nel mio viaggio in Cappadocia con alcune immagini delle opere di Gaudí reperite sul web...lascio a voi ogni considerazione.

Talvolta la natura sembra anticipare l'arte; altre volte è l'arte che ci insegna a vedere la natura. Forse alludeva a questo Baudelaire quando scriveva: “L’arte è una lotta contro la natura, un duello in cui l’artista grida di spavento prima di essere vinto”.

E forse la vittoria più grande dell'artista consiste proprio nel lasciarsi vincere dalla Bellezza, proprio come ha fatto Gaudì.

Francesco Astiaso Garcia

 









“Artigiani di Bellezza, collaboratori della Grazia”

 


Si concluderà dopodomani, venerdì 5 giugno, la mostra dei soci UCAI di Roma “Artigiani di Bellezza, collaboratori della Grazia”, un'esposizione che celebra il ruolo dell'artista come interprete del bello e testimone della presenza della Grazia nell'opera creativa.

Abbiamo da poco celebrato la Pentecoste, che in qualche modo è anche la festa degli artisti: la festa della varietà dei carismi e dei doni, nella quale ciascuno è chiamato a offrire al mondo ciò che è. È la festa in cui si manifesta il miracolo dell'unità nella diversità, un'unità ben diversa dall'uniformità o dall'omologazione. Il modello è quello del poliedro, tanto caro a Papa Francesco: una realtà nella quale tutte le diverse sfaccettature concorrono all'armonia dell'insieme senza perdere la propria originalità.

È esattamente l'opposto di ciò che accade nel racconto della Torre di Babele, richiamato anche da Papa Leone XIV nell'enciclica Magnifica Humanitas. Gli uomini, spinti dall'illusione della grandezza e dell'autosufficienza, vogliono costruire una torre per farsi un nome. Il risultato è la confusione delle lingue: non si comprendono più, si dividono e non riescono più a costruire nulla insieme. È difficile non vedere in questa immagine una sorprendente somiglianza con ciò che accade oggi nel nostro mondo.

Gli artisti, osservando e studiando la natura, scoprono qualcosa di mirabile, di sorprendente, oserei dire di epifanico: l'unità che governa le leggi dell'universo, il filo invisibile che collega ogni cosa e ogni essere, come se tutto fosse attraversato da un ordine nascosto, da un'armonia sottile ma inconfondibile.

Scriveva Walter Benjamin che la natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce. L'artista è dunque colui che decifra il linguaggio segreto dell'universo. Ricordo una bellissima conversazione con il grande scienziato Antonino Zichichi, recentemente scomparso, sul rapporto tra arte, scienza e fede. Mi disse: «La bellezza è la logica che decifriamo nello studio delle leggi della natura». Una definizione straordinaria, che lega la bellezza non alle mode o ai manifesti ideologici, ma alla scoperta di un ordine profondo. La bellezza non è soltanto un valore estetico. È anche un principio guida della ricerca scientifica. Le scoperte più profonde e durature si rivelano spesso quelle caratterizzate da eleganza, semplicità e armonia.

Lo stesso concetto è espresso nel Salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio, l'opera delle sue mani annuncia il firmamento. Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono; per tutta la terra si diffonde il loro annuncio». È il linguaggio della bellezza. È il linguaggio di Dio.

Con gli artisti accade dunque l'opposto di quanto avvenne a Babele. Il nostro è un linguaggio comprensibile a tutti, un linguaggio universale e condiviso, capace di parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti, tanto ai cinesi quanto ai russi, agli americani o agli africani. L'arte, nella sua forma più alta, riflette l'ordine supremo della realtà e rende visibile l'intelligenza che si manifesta nella creazione. Forse è per questo che Papa Francesco amava ripetere che l'artista, quando è autentico, sa parlare di Dio meglio di chiunque altro.

Anche Albert Einstein affermava che chiunque si dedichi seriamente alla scienza finisce per riconoscere, nelle leggi dell'universo, la manifestazione di un'intelligenza immensamente superiore a quella umana. Allo stesso modo, l'arte autentica parla sempre di questo Mistero, indipendentemente dalla lingua, dalla cultura o dalla provenienza dell'artista. Se consideriamo il canone artistico non come un'invenzione arbitraria dell'uomo, ma come la scoperta di una verità oggettiva inscritta nella realtà, allora l'arte assume un valore realmente universale. Diventa un luogo d'incontro, una via privilegiata per avvicinarci a qualcosa di più grande di noi.

Riconoscendo nell'arte lo splendore della bellezza e nella bellezza il riflesso della verità, essa diventa un ponte capace di attraversare confini e culture. Ci mostra che ciò che ci unisce è infinitamente più grande di ciò che ci divide. Ci rendiamo conto di quanto sia prezioso tutto questo in un mondo che tende sempre più a polarizzare, contrapporre e dividere? Se esiste qualcosa che unisce gli uomini da un capo all'altro della terra, è proprio la bellezza. Non è un caso che, quando parliamo di arte e cultura, parliamo del patrimonio universale dell'umanità. La bellezza appartiene a tutti, parla a tutti e continua a ricordarci che siamo parte di una stessa, grande famiglia umana.

Come insegna un antico proverbio della sapienza cinese, due fiumi, per quanto diversi, riflettono la stessa luna. E noi sappiamo che quella luce che si specchia nelle acque di entrambi ha la sua sorgente ultima nell'unico Sole che non tramonta: Cristo Risorto.

Per questo non possiamo nascondere la fonte da cui attingiamo la luce. Al tempo stesso siamo chiamati a farci tutto a tutti, riconoscendo, accogliendo e incoraggiando ogni autentica ricerca della verità e della bellezza, ovunque essa si manifesti. Esistono infatti molte vie che, pur nella loro diversità, tentano di dischiudere l'inesauribile Mistero di Dio.

Consapevoli del volto pluriforme della bellezza e della presenza dei semina Verbi disseminati nelle culture e nelle tradizioni dei popoli, possiamo incontrare l'altro non come un avversario, ma come un compagno di cammino nella comune ricerca di ciò che è vero, buono e bello.

L'armonia non elimina le differenze, ma le presuppone e le valorizza. Le diversità possono diventare luogo di incontro e di arricchimento reciproco, anziché motivo di esclusione o contrapposizione. Ogni cultura rappresenta uno sforzo autentico di interrogarsi sul mistero del mondo e dell'uomo; eppure, nell'uomo vi è qualcosa che trascende ogni appartenenza culturale e lo apre all'universale.

Che cosa accomuna, infatti, tutti i cercatori autentici del vero, del buono e del bello? La tensione verso una verità che supera i confini, una bellezza che parla a ogni cuore e un bene capace di unire ciò che appare distante.

Ricercare l'armonia attraverso il dialogo costituisce una delle sfide più grandi della pastorale della cultura. Desideriamo farci compagni di viaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo, accompagnando una ragione che cerca la verità e un cuore che anela alla bellezza, affinché questa ricerca possa aprirsi alla Rivelazione del Dio vivente, il quale, mediante la grazia dello Spirito Santo, associa l'uomo a sé in Gesù Cristo, unico Redentore del mondo.

Le arti rappresentano una via privilegiata per portare il Vangelo fino al cuore delle persone. Consapevoli di questa responsabilità e di questa straordinaria opportunità, desideriamo contribuire a un rinnovato slancio nell'evangelizzazione della cultura e nell'inculturazione della fede.

Non è un caso che il termine cattolico derivi dal greco katà holos, «secondo il tutto». Holos significa infatti «intero», «totale», e richiama una visione capace di cogliere l'unità nelle molteplici dimensioni della realtà. Essere cattolici significa avere uno sguardo ampio, capace di abbracciare la complessità senza perdere il senso dell'insieme.

In questo senso siamo davvero Artigiani di Bellezza, collaboratori della Grazia: chiamati a riconoscere i frammenti di verità disseminati nel mondo, a costruire ponti dove altri erigono muri, a rendere visibile attraverso l'arte quella bellezza che conduce al Bene e alla Verità.

Il Signore ci conceda la grazia della creatività, affinché le nostre opere siano sempre al servizio dell'incontro, della speranza e della comunione.

 Francesco Astiaso Garcia