Le parole di Papa Leone XIV sono per noi artisti dell’UCAI molto più di una riflessione: sono una chiamata e un mandato. La Chiesa ci affida una missione altissima, quella di far risplendere, attraverso l’arte, la bellezza che conduce a Dio.



«Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Appare evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.»

«Chi ricerca, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine.»

Papa Leone XIV


In un tempo spesso segnato dalla superficialità e dallo smarrimento, siamo chiamati a testimoniare che la bellezza autentica non è un fine in sé, ma una via privilegiata verso la verità e, quindi, verso Dio. Come ci ricorda il Santo Padre, “chi ricerca, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio” e lo incontrerà proprio nella bellezza della creazione e nell’impronta che il Creatore ha lasciato in ogni essere umano, fatto a sua immagine. Per questo ogni nostra opera può diventare un luogo di incontro, di contemplazione e di evangelizzazione. È questa la grande responsabilità e il meraviglioso privilegio della nostra vocazione: trasformare il talento in lode, la creatività in testimonianza e la bellezza in un ponte che accompagni il cuore dell’uomo verso Cristo.

Come Presidente nazionale dell’UCAI sento profondamente la responsabilità di far fruttare la fiducia che la Chiesa continua a riporre nel nostro carisma. È una fiducia che ci onora, ma soprattutto ci interpella. Ci chiede di essere artisti autentici e credibili, capaci di coniugare ricerca artistica e testimonianza cristiana, di costruire ponti con la cultura contemporanea e di mettere i nostri talenti al servizio dell’evangelizzazione.

Ma davanti a questa chiamata così grande dobbiamo lasciarci provocare: saremo davvero capaci di corrispondere alla missione che ci è affidata? Avremo il coraggio di guardare oltre la cura delle nostre iniziative, delle nostre mostre, dei nostri programmi, per diventare sempre più strumenti attraverso cui la Bellezza di Dio possa raggiungere il cuore degli uomini? Il rischio è quello di fermarci a custodire ciò che facciamo, dimenticando il motivo profondo per cui siamo stati chiamati.

Chiediamo allora al Signore la grazia di uscire da noi stessi, dai nostri piccoli orizzonti e dalle nostre sicurezze, per riscoprire ogni giorno la grandezza della vocazione ricevuta. Perché il talento che Dio ci ha donato non è soltanto qualcosa da esprimere, ma un dono da restituire; non una proprietà da custodire, ma un servizio da offrire affinché, attraverso la bellezza, il mondo possa intravedere la luce del Creatore.

Francesco Astiaso Garcia


Ai Custodi del Fuoco

Annunciazione dopo Tiziano
di Gerard Richter





Annunciazione di Tiziano



L’Annunciazione dopo Tiziano (Verkündigung nach Tizian, 1973) di Gerhard Richter è una delle opere più significative del suo percorso, perché affronta una questione fondamentale: come confrontarsi con la grande tradizione della pittura sacra senza limitarsi a ripeterla.

Dopo un viaggio a Venezia nel 1972, Richter rimase profondamente colpito dall’Annunciazione di Tiziano Vecellio. Non copiò però direttamente il dipinto originale. Partendo da una semplice cartolina, realizzò una serie di cinque versioni nelle quali l’immagine rinascimentale viene progressivamente trasformata: le forme si dissolvono, i contorni perdono definizione, la scena si immerge in una vibrazione cromatica che oscilla tra figurazione e astrazione.

La forza di quest’opera risiede nel fatto che il soggetto sacro non viene né rifiutato né desacralizzato. Richter sembra piuttosto interrogarsi sulla possibilità stessa di rappresentare il mistero dell’Incarnazione nell’epoca contemporanea. La sfocatura non è un espediente formale, ma diventa un linguaggio capace di evocare ciò che sfugge allo sguardo e resiste a ogni tentativo di piena definizione.

In questo senso, Richter non si allontana da Tiziano: lo attraversa. Assume la tradizione come punto di partenza per dimostrare che i grandi temi dell’arte e della fede continuano a interrogare il presente. La tradizione non appare come un repertorio da conservare sotto vetro, ma come una realtà viva, aperta a nuove interpretazioni.

L’immagine sfocata diventa così una potente metafora del mistero: non un segno di perdita, ma il riconoscimento che vi sono realtà che nessuna immagine può esaurire. Proprio nell’incompletezza della visione, Richter sembra individuare uno spazio ancora possibile per il sacro nell’arte contemporanea.

Richter sembra incarnare l'intuizione attribuita a Mahler secondo cui la tradizione non consiste nell'adorare le ceneri del passato, ma nel custodirne il fuoco. Partendo da Tiziano, egli non replica un'immagine: ne riattiva l'energia, interrogandola alla luce delle inquietudini del presente.

Francesco Astiaso Garcia





ILLUD MAXIME MIRANDUM UNITAS UNIVERSI LEGENS REGENS



Mi accorsi, facendo immersioni subacquee, che anche i fondali marini partecipano della stessa armonia segreta che governa il mondo visibile. Là sotto, tra le correnti e le distese di luce filtrata, le forme della vita sembrano disposte secondo un ordine silenzioso che non è mai rigido, ma fluido come l’acqua stessa. E compresi allora che i boschi seguivano le stesse leggi che muovono le nuvole, diffondono la luce e modellano le onde: una medesima intelligenza naturale, discreta e incessante, si esprime in metamorfosi diverse. Il mare profondo, il respiro delle foreste e il lento dissolversi dei cieli non erano che variazioni di uno stesso linguaggio, in cui la bellezza non si offre mai come forma isolata, ma come relazione, equilibrio e continua trasformazione.

Mi accorsi della coesione profonda che attraversa le leggi dell’universo, come se ogni cosa scaturisse da un ordine invisibile, da una trama sottile e continua che tiene insieme il reale. Mi si rivelò una sorta di partitura silenziosa in cui ogni elemento, pur nella propria irriducibile singolarità, entra in relazione con gli altri secondo proporzioni segrete, come in un’orchestra in cui nessuno suona davvero da solo e tutto concorre a una medesima vibrazione complessiva. Compresi finalmente la forma percepibile dell’armonia, ciò che resiste alla dispersione e al disordine, la capacità del reale di mantenersi unitario pur nella molteplicità delle sue manifestazioni. Ne colsi le strutture profonde e le tradussi in forma sensibile, dando evidenza a ciò che normalmente resta implicito e inespresso.

La natura mi apparve allora come un sistema di segni e simboli cifrati, come la traccia dischiusa di un principio nascosto, una logica originaria che attraversa ogni cosa come una presenza silenziosa e costante.

Francesco Astiaso Garcia



Photo credit   Francesco Astiaso Garcia ©

Gaudí e le Tracce del Deus Absconditus

Domani Papa Leone benedirà la Torre di Gesù della “Sagrada Familia” di Antoni Gaudí, quella che è stata definita l’unica Bibbia scolpita interamente nella pietra. Difficile immaginare un sigillo più eloquente per il viaggio apostolico in Spagna, il cui motto è “Alzad la mirada” (Alzate i vostri occhi): un invito a sollevare lo sguardo dalla terra al cielo, dal contingente all’eterno.

Non potrò mai dimenticare lo stupore provato da bambino quando vidi per la prima volta la monumentale basilica di Barcellona. Fu una di quelle esperienze che si imprimono nell’anima e che continuano a parlare anche a distanza di molti anni. Crescendo ho dedicato molto tempo allo studio dell’opera del maestro catalano e, leggendo i suoi scritti, ho compreso ciò che allora avevo soltanto intuito:

L’originalità consiste nel ritorno alle origini. La creazione prosegue incessantemente attraverso l’uomo. Ma l’uomo non crea: scopre. Coloro che ricreano le leggi della Natura per fondare su di esse le loro opere sono collaboratori del Creatore”. Antoni Gaudí

Alla domanda su quale fosse la sorgente della sua ispirazione, Gaudí rispondeva con disarmante semplicità: “Vedete quest’albero vicino al mio laboratorio? È lui il mio maestro”.

Molte volte, davanti alla bellezza di un paesaggio, mi è accaduto di ritrovare forme, volumi e linee che sembravano appartenere già alle architetture della Sagrada Familia, del Parc Güell o di Casa Batlló. In alcuni casi le somiglianze erano così sorprendenti da farmi pensare che Gaudí stesso fosse passato da quei luoghi e ne avesse tratto ispirazione. Ogni autentica opera d’arte è, in un certo senso, un déjà-vu della natura. L’artista non inventa la bellezza: la riconosce. Non la produce: la scopre. Questo misterioso accordo tra l’opera umana e il creato, questa risonanza segreta tra l’anima e il mondo, è forse il cuore stesso dell’esperienza artistica.

Qualche anno fa ho visitato la Cappadocia. Le sue straordinarie conformazioni geologiche, modellate dal vento, dalla pioggia e dal tempo nel corso di millenni, hanno generato un paesaggio che sembra appartenere a un altro mondo. Camminando tra quelle rocce scolpite dalla natura, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un’immensa cattedrale a cielo aperto. È quasi impossibile contemplare quelle forme senza pensare alla Sagrada Familia.

La bellezza è sempre una scoperta, un evento che ci sorprende. Quando riconosciamo una corrispondenza profonda tra ciò che abita il nostro intimo e ciò che si manifesta nel mondo esterno, nasce quell’emozione particolare che chiamiamo esperienza estetica. È come un’improvvisa rivelazione, un’epifania che ci permette di intuire il legame indissolubile tra verità e bellezza. Contemplando la natura, riconosciamo infatti un ordine che la bellezza rende percepibile. Ciò che maggiormente stupisce è l’unità che regge le leggi dell’universo, come se ogni cosa partecipasse a una medesima armonia nascosta. È simile a una grande orchestra nella quale ogni strumento, pur conservando la propria voce, contribuisce a una sola sinfonia. La bellezza appare allora come il volto visibile di questa armonia invisibile. Essa è coerenza, proporzione, relazione.

Il mondo è un grande libro che l’uomo è chiamato a leggere. Ma per comprenderlo occorre conoscerne l’alfabeto. In questo compito il contributo degli artisti è unico e insostituibile. Essi sono interpreti di un linguaggio che precede le parole. Come scrive Walter Benjamin, la natura è un insieme di simboli e geroglifici che attendono di essere decifrati.

Ogni autentico artista scopre, prima o poi, che la bellezza possiede una sua logica. Non dipende soltanto dal gusto, dalle mode o dalle teorie del momento. Essa sembra emergere dalle stesse leggi che governano la realtà. Per questo la bellezza ha qualcosa in comune con la matematica, con la fisica, con la ricerca scientifica. Le scoperte più profonde della scienza si distinguono spesso per la loro eleganza e semplicità. Allo stesso modo il pittore, lo scultore o l’architetto si pongono davanti alla natura come ricercatori di un ordine nascosto. Essi intravedono nelle forme del mondo una trama di relazioni che rimanda a un significato più grande.

Questa armonia universale è ciò che potremmo riconoscere come la traccia del Deus Absconditus, il Dio nascosto che lascia nella creazione l’impronta discreta e inconfondibile della propria presenza.

Per questo Albert Einstein affermava che chiunque si dedichi seriamente alla scienza finisce per riconoscere nelle leggi dell’universo la manifestazione di un’intelligenza immensamente superiore a quella umana. Anche l’arte autentica, a suo modo, parla sempre di questo Mistero. Non importa che sia stata creata da un artista italiano, cinese, africano o sudamericano. Quando è vera, essa trascende le culture senza annullarle e diventa linguaggio universale. Se riconosciamo nell’arte lo splendore della bellezza e nella bellezza il riflesso della verità, allora l’arte diventa un ponte tra gli uomini. Ci ricorda che ciò che ci accomuna è infinitamente più grande di ciò che ci divide.

Che Gaudí abbia visitato o meno la Cappadocia conta relativamente. Ciò che colpisce è che le sue opere sembrano nascere dalla stessa sorgente da cui scaturiscono le forme della natura. Le guglie della basilica e le rocce della Cappadocia parlano un linguaggio comune, perché partecipano della stessa armonia profonda.

Ho voluto mettere in dialogo alcune fotografie che ho scattato nel mio viaggio in Cappadocia con alcune immagini delle opere di Gaudí reperite sul web...lascio a voi ogni considerazione.

Talvolta la natura sembra anticipare l'arte; altre volte è l'arte che ci insegna a vedere la natura. Forse alludeva a questo Baudelaire quando scriveva: “L’arte è una lotta contro la natura, un duello in cui l’artista grida di spavento prima di essere vinto”.

E forse la vittoria più grande dell'artista consiste proprio nel lasciarsi vincere dalla Bellezza, proprio come ha fatto Gaudì.

Francesco Astiaso Garcia

 









“Artigiani di Bellezza, collaboratori della Grazia”

 


Si concluderà dopodomani, venerdì 5 giugno, la mostra dei soci UCAI di Roma “Artigiani di Bellezza, collaboratori della Grazia”, un'esposizione che celebra il ruolo dell'artista come interprete del bello e testimone della presenza della Grazia nell'opera creativa.

Abbiamo da poco celebrato la Pentecoste, che in qualche modo è anche la festa degli artisti: la festa della varietà dei carismi e dei doni, nella quale ciascuno è chiamato a offrire al mondo ciò che è. È la festa in cui si manifesta il miracolo dell'unità nella diversità, un'unità ben diversa dall'uniformità o dall'omologazione. Il modello è quello del poliedro, tanto caro a Papa Francesco: una realtà nella quale tutte le diverse sfaccettature concorrono all'armonia dell'insieme senza perdere la propria originalità.

È esattamente l'opposto di ciò che accade nel racconto della Torre di Babele, richiamato anche da Papa Leone XIV nell'enciclica Magnifica Humanitas. Gli uomini, spinti dall'illusione della grandezza e dell'autosufficienza, vogliono costruire una torre per farsi un nome. Il risultato è la confusione delle lingue: non si comprendono più, si dividono e non riescono più a costruire nulla insieme. È difficile non vedere in questa immagine una sorprendente somiglianza con ciò che accade oggi nel nostro mondo.

Gli artisti, osservando e studiando la natura, scoprono qualcosa di mirabile, di sorprendente, oserei dire di epifanico: l'unità che governa le leggi dell'universo, il filo invisibile che collega ogni cosa e ogni essere, come se tutto fosse attraversato da un ordine nascosto, da un'armonia sottile ma inconfondibile.

Scriveva Walter Benjamin che la natura è un insieme di simboli e geroglifici che il poeta interpreta e traduce. L'artista è dunque colui che decifra il linguaggio segreto dell'universo. Ricordo una bellissima conversazione con il grande scienziato Antonino Zichichi, recentemente scomparso, sul rapporto tra arte, scienza e fede. Mi disse: «La bellezza è la logica che decifriamo nello studio delle leggi della natura». Una definizione straordinaria, che lega la bellezza non alle mode o ai manifesti ideologici, ma alla scoperta di un ordine profondo. La bellezza non è soltanto un valore estetico. È anche un principio guida della ricerca scientifica. Le scoperte più profonde e durature si rivelano spesso quelle caratterizzate da eleganza, semplicità e armonia.

Lo stesso concetto è espresso nel Salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio, l'opera delle sue mani annuncia il firmamento. Non è linguaggio e non sono parole di cui non si oda il suono; per tutta la terra si diffonde il loro annuncio». È il linguaggio della bellezza. È il linguaggio di Dio.

Con gli artisti accade dunque l'opposto di quanto avvenne a Babele. Il nostro è un linguaggio comprensibile a tutti, un linguaggio universale e condiviso, capace di parlare tanto ai credenti quanto ai non credenti, tanto ai cinesi quanto ai russi, agli americani o agli africani. L'arte, nella sua forma più alta, riflette l'ordine supremo della realtà e rende visibile l'intelligenza che si manifesta nella creazione. Forse è per questo che Papa Francesco amava ripetere che l'artista, quando è autentico, sa parlare di Dio meglio di chiunque altro.

Anche Albert Einstein affermava che chiunque si dedichi seriamente alla scienza finisce per riconoscere, nelle leggi dell'universo, la manifestazione di un'intelligenza immensamente superiore a quella umana. Allo stesso modo, l'arte autentica parla sempre di questo Mistero, indipendentemente dalla lingua, dalla cultura o dalla provenienza dell'artista. Se consideriamo il canone artistico non come un'invenzione arbitraria dell'uomo, ma come la scoperta di una verità oggettiva inscritta nella realtà, allora l'arte assume un valore realmente universale. Diventa un luogo d'incontro, una via privilegiata per avvicinarci a qualcosa di più grande di noi.

Riconoscendo nell'arte lo splendore della bellezza e nella bellezza il riflesso della verità, essa diventa un ponte capace di attraversare confini e culture. Ci mostra che ciò che ci unisce è infinitamente più grande di ciò che ci divide. Ci rendiamo conto di quanto sia prezioso tutto questo in un mondo che tende sempre più a polarizzare, contrapporre e dividere? Se esiste qualcosa che unisce gli uomini da un capo all'altro della terra, è proprio la bellezza. Non è un caso che, quando parliamo di arte e cultura, parliamo del patrimonio universale dell'umanità. La bellezza appartiene a tutti, parla a tutti e continua a ricordarci che siamo parte di una stessa, grande famiglia umana.

Come insegna un antico proverbio della sapienza cinese, due fiumi, per quanto diversi, riflettono la stessa luna. E noi sappiamo che quella luce che si specchia nelle acque di entrambi ha la sua sorgente ultima nell'unico Sole che non tramonta: Cristo Risorto.

Per questo non possiamo nascondere la fonte da cui attingiamo la luce. Al tempo stesso siamo chiamati a farci tutto a tutti, riconoscendo, accogliendo e incoraggiando ogni autentica ricerca della verità e della bellezza, ovunque essa si manifesti. Esistono infatti molte vie che, pur nella loro diversità, tentano di dischiudere l'inesauribile Mistero di Dio.

Consapevoli del volto pluriforme della bellezza e della presenza dei semina Verbi disseminati nelle culture e nelle tradizioni dei popoli, possiamo incontrare l'altro non come un avversario, ma come un compagno di cammino nella comune ricerca di ciò che è vero, buono e bello.

L'armonia non elimina le differenze, ma le presuppone e le valorizza. Le diversità possono diventare luogo di incontro e di arricchimento reciproco, anziché motivo di esclusione o contrapposizione. Ogni cultura rappresenta uno sforzo autentico di interrogarsi sul mistero del mondo e dell'uomo; eppure, nell'uomo vi è qualcosa che trascende ogni appartenenza culturale e lo apre all'universale.

Che cosa accomuna, infatti, tutti i cercatori autentici del vero, del buono e del bello? La tensione verso una verità che supera i confini, una bellezza che parla a ogni cuore e un bene capace di unire ciò che appare distante.

Ricercare l'armonia attraverso il dialogo costituisce una delle sfide più grandi della pastorale della cultura. Desideriamo farci compagni di viaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo, accompagnando una ragione che cerca la verità e un cuore che anela alla bellezza, affinché questa ricerca possa aprirsi alla Rivelazione del Dio vivente, il quale, mediante la grazia dello Spirito Santo, associa l'uomo a sé in Gesù Cristo, unico Redentore del mondo.

Le arti rappresentano una via privilegiata per portare il Vangelo fino al cuore delle persone. Consapevoli di questa responsabilità e di questa straordinaria opportunità, desideriamo contribuire a un rinnovato slancio nell'evangelizzazione della cultura e nell'inculturazione della fede.

Non è un caso che il termine cattolico derivi dal greco katà holos, «secondo il tutto». Holos significa infatti «intero», «totale», e richiama una visione capace di cogliere l'unità nelle molteplici dimensioni della realtà. Essere cattolici significa avere uno sguardo ampio, capace di abbracciare la complessità senza perdere il senso dell'insieme.

In questo senso siamo davvero Artigiani di Bellezza, collaboratori della Grazia: chiamati a riconoscere i frammenti di verità disseminati nel mondo, a costruire ponti dove altri erigono muri, a rendere visibile attraverso l'arte quella bellezza che conduce al Bene e alla Verità.

Il Signore ci conceda la grazia della creatività, affinché le nostre opere siano sempre al servizio dell'incontro, della speranza e della comunione.

 Francesco Astiaso Garcia

I miei libri al Salone del Libro di Torino 2026




Che grande gioia poter essere presente al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 con una selezione dei miei libri dedicati ai dipinti e alla fotografia, ospitato presso lo stand di Arte della Stampa.

Si tratta di un appuntamento di straordinaria importanza nel panorama culturale internazionale, un luogo in cui le parole, le immagini e le idee si incontrano e si aprono a nuovi sguardi.

È per me motivo di profonda gratitudine sapere che queste pubblicazioni potranno raggiungere nuovi lettori e nuovi cuori, entrando in dialogo con il pubblico di uno dei più rilevanti eventi editoriali al mondo.

Desidero ringraziare sentitamente Arte della Stampa e Andrea Ciccarelli per questa preziosa opportunità e per aver accolto le mie opere in un contesto così significativo e prestigioso.

Ai visitatori del Salone auguro di poter incontrare, tra le pagine e le immagini, un frammento di quella bellezza che continua silenziosamente a illuminare e a dare speranza al mondo.

Francesco Astiaso Garcia






Arte, Sport e Storia: la mia collaborazione con il Golf Club Parco di Roma e con l'Hassler Hotel

L'Eccellenza del Made in Italy: 
tra il Parco di Roma e l'Hotel Hassler 




C'è chi dà il nome a una stella o a un pianeta, io ho avuto l'onore di darlo a due buche del prestigioso Golf Club Parco di Roma.

Un progetto visionario curato da Massimo Scaringella e ideato da Mauro Marchione che ha coinvolto nove artisti chiamati a trasformare le diciotto buche del percorso in altrettante opere permanenti: due buche per ogni artista, due visioni, due interpretazioni del paesaggio e dell’anima del gioco.

Le opere non sono semplici decorazioni ma parte integrante del campo: ciascuna è stata inserita nei tee sign ufficiali che accompagnano la descrizione della buca, creando un percorso in cui sport, arte e vita convivono in modo sorprendente.

D’ora in poi chi giocherà al Parco di Roma attraverserà anche una mostra d’arte contemporanea a cielo aperto, buca dopo buca.


Ieri si è svolta l’inaugurazione ufficiale del progetto, accompagnata da una competizione golfistica articolata in tre categorie e da un trofeo speciale dedicato al miglior team.

Da oggi le opere originali sono esposte presso l'iconico Hotel Hassler Roma sulla sommità di Trinità dei Monti: L’Hotel Hassler Roma non è soltanto uno degli hotel più prestigiosi d’Italia, ma un luogo che nel tempo ha accolto alcune delle personalità più importanti del mondo della cultura, del cinema, della politica e della nobiltà internazionale.


Tra i suoi ospiti più celebri figurano Audrey Hepburn, Federico Fellini, la Pricipessa Diana, Tom Cruise, Madonna, John Fitzgerald Kennedy e numerosi capi di Stato, artisti e membri delle famiglie reali europee.

Anche questo rende particolarmente significativo vedere le opere del progetto esposte in una cornice così carica di storia, eleganza e prestigio internazionale.

Giovedì 14 maggio si terrà l’asta conclusiva curata dalla storica Casa d’Aste Bolli & Romiti, seguita da un cocktail riservato agli ospiti dell’evento.

Acquisire una di queste opere significa entrare a far parte in modo stabile della storia di questo progetto unico nel panorama italiano.

La partecipazione all’asta e al cocktail finale è riservata a collezionisti, appassionati e ospiti realmente interessati all’acquisizione delle opere. Chi desiderasse ricevere il catalogo ufficiale e l’invito riservato può contattarmi privatamente. (348 0939040)

PARTECIPA ALL'ASTA e Visualizza le opere

Francesco Astiaso Garcia





























UCAI: un nuovo tempo di responsabilità. L’incontro con il Cardinale Zuppi


Ieri mattina la nuova Presidenza nazionale dell’UCAI ha vissuto un momento di particolare importanza incontrando il Cardinale Matteo Zuppi. Si è trattato di un incontro significativo, non solo per il suo valore istituzionale, ma soprattutto per il respiro spirituale e culturale che lo ha attraversato.

Il Cardinale ha accolto con attenzione e incoraggiamento il cammino dell’Unione, invitandoci con forza a proseguire con decisione lungo alcune direttrici già indicate in passato e oggi più che mai urgenti: il progetto giovani, il progetto carceri e il progetto disabili. Tre ambiti che non rappresentano semplicemente delle iniziative tra le altre, ma veri e propri luoghi dell’umano, nei quali l’arte è chiamata a farsi presenza, relazione e responsabilità.

Questo incoraggiamento si inserisce in una consapevolezza sempre più chiara: l’UCAI è chiamata oggi a riscoprire in profondità la propria vocazione originaria. Nata nel 1945 dall’intuizione di Giovanni Battista Montini, in un tempo segnato dalle macerie materiali e morali della guerra, l’associazione ha avuto fin dall’inizio il compito di contribuire alla ricostruzione non solo estetica, ma soprattutto spirituale e culturale del Paese.

Oggi, in un contesto profondamente diverso ma non meno fragile, questa missione si ripresenta con nuova urgenza. Viviamo infatti in un tempo attraversato da fratture, contrapposizioni e da un diffuso smarrimento circa il senso ultimo dell’esistenza. In questo scenario, non basta più essere curatori d’arte, produttori di opere o organizzatori di eventi culturali. Siamo chiamati a qualcosa di più profondo: diventare, in un certo senso, “curatori d’anime”.

L’arte, infatti, non può essere ridotta a elemento accessorio o decorativo. Come ricordava San Giovanni Paolo II, essa è un bene primario per la crescita e l’armonia di una comunità. Ma perché questo accada, è necessario che l’arte ritrovi una visione, una consapevolezza del proprio fondamento e del proprio fine.

Una delle criticità più evidenti del mondo artistico contemporaneo è proprio la mancanza di una visione condivisa: spesso si lavora senza un’idea chiara dell’uomo, della società e del significato della bellezza. Per questo motivo, si avverte oggi l’urgenza di un rinnovato impegno culturale capace di unire riflessione, esperienza e responsabilità.

Per questo ho sentito l’esigenza di elaborare un Manifesto sul ruolo dell’arte nella ricostruzione morale del Paese, che ieri ho consegnato al Cardinale Matteo Zuppi e che presto condividerò con tutti voi. Un testo che intende creare un ponte tra lo spirito originario del 1945 e le sfide del nostro tempo, invitando gli artisti a uscire dai propri ambiti ristretti per abitare i luoghi concreti della vita: le piazze, le scuole, i luoghi di lavoro, le carceri e anche il mondo digitale.

Non si tratta semplicemente di ampliare gli spazi espositivi, ma di assumere una vera responsabilità sociale ed educativa, fondata sulla Via Pulchritudinis, sui valori del Vangelo e sulla Dottrina sociale della Chiesa.

A dare forma concreta a questo percorso sarà anche il prossimo Convegno Nazionale, che si terrà a Roma e che porterà un titolo fortemente evocativo: “Dov’è tuo fratello? Per una nuova alleanza dell’umano”. Un interrogativo che richiama il racconto di Caino e Abele e che interpella ciascuno di noi, come artisti e come credenti, sul nostro rapporto con l’altro.

Il nostro tempo ha bisogno di una nuova alleanza tra arte, fede e pensiero. In questo orizzonte, l’UCAI può e deve diventare sempre più un luogo vivo di riflessione sull’arte nel XXI secolo: un laboratorio culturale permanente, uno spazio di dialogo, una fucina di idee e di “sogni” capaci di aprire nuovi orizzonti.

Come ha ricordato più volte Papa Francesco, riprendendo una convinzione già espressa da San Giovanni Paolo II, “una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”. È proprio in questo spazio, tra fede e cultura, che si gioca oggi una delle sfide decisive.

L’invito che emerge con forza da questo momento è chiaro: è tempo di ascolto, di confronto e di corresponsabilità. “Convocate il pensiero”, diceva Paolo VI. “Convocate le menti”, esortava Giuseppe Dossetti. Oggi possiamo aggiungere: “convocate gli artisti”.

A TUTTI I SOCI UCAI è rivolto quindi un appello semplice e impegnativo allo stesso tempo: partecipare attivamente a questo cammino, contribuire con il proprio talento e la propria esperienza, lasciarsi coinvolgere in un progetto che non riguarda solo l’arte, ma l’uomo.

Con uno sguardo rivolto anche all’importante traguardo degli 80 anni dell’associazione e all’udienza con il Santo Padre, siamo chiamati a costruire insieme un percorso condiviso, capace di incidere realmente nel tessuto culturale e umano del nostro tempo.

Il cantiere è aperto. E riguarda ciascuno di noi.


Francesco Astiaso Garcia

Presidente nazionale Ucai

FREEDOM 2026



Il mio omaggio al coraggio sovversivo delle donne iraniane, che pagano con la pelle il prezzo dell'autodeterminazione.


In quest'opera, una figura sospesa tra caduta e ascesa si spoglia dell'asservimento per restituire alla dignità il suo splendore originario.


A voi, che sciogliete i capelli al vento della libertà sfidando chi vorrebbe coprire l’anima: il vostro sacrificio è una forza antica che trasforma la paura in speranza e il rischio in una luce eterna, che nessun buio potrà mai spegnere.


Mentre altrove il silenzio è imposto con la forza, noi abbiamo ancora il privilegio di una voce che conta. Non lasciamola cadere.




W i papà !

 

Essere padri è l’arte di prestare la propria statura ai figli, affinché vedano un po’ più in là di noi, verso orizzonti che a noi restano invisibili.




Auguri a tutti i papà che, con amore e dedizione, offrono le proprie spalle come base sicura per la vita che verrà.

Viva San Giuseppe!